Accesso al pannello di amministrazione dell'eshop >> (Questo messaggio lo vedi solo tu!)

Profugo a 15 anni. La Grande Guerra di Giuseppe Rigo

Alba edizioni, 2018 – 80 pagine, Giacinto Bevilacqua, ISBN 978-88-99414-31-3

10,00
10,00

Disponibile su richiesta, contattaci

A seguito del Bando Cadorna, che, di conseguenza alla rotta di Caporetto, obbligava tutti i cittadini maschi di età compresa fra i 15 e i 60 anni e residenti fra i fiumi Tagliamento e Piave a mettersi a disposizione dell’autorità militare, anche il quindicenne Giuseppe Rigo si incamminò verso il distretto militare di Oderzo. Non vi trovò nessuno così a piedi raggiunse Treviso dove la confusione regnava sovrana. Consigliato di prendere il primo treno senza curarsi della destinazione, con i compaesani l’11 novembre 1917 approdò ad Aci Castello, in Sicilia.

Vi rimase profugo un paio di mesi, quindi chiese di rendersi utile e, come operaio militarizzato, venne trasferito a lavorare in svariate località del Bresciano, del Mantovano e del Ferrarese. Fece rientro a casa, a Ghirano (allora provincia di Udine) il 21 novembre 1918.

Nel 1982, 65 anni dopo l’inizio della sua esperienza di profugo, stese una dettagliata ed emozionante memoria.

 

Leggi l'incipit

 

Quasi 10 milioni di morti e circa 21 milioni di feriti fra i soldati, 950 mila civili uccisi in operazioni militari e circa altri 6 milioni per carestie, fame, malattie, persecuzioni razziali esplose durante il conflitto. Sono le cifre agghiaccianti relative alle vittime della prima guerra mondiale, chiamata inizialmente guerra europea perché sviluppatasi nel Vecchio Continente e poi, nella vulgata popolare, Grande Guerra perché mai l’uomo aveva conosciuto tanta distruzione.

La Grande Guerra mise di fronte gli eserciti, le aviazioni e le marine di tutto il mondo in due schieramenti. Da una parte le forze dell’Intesa ovvero Gran Bretagna e i suoi domini, Francia e Russia con i loro alleati Serbia, Belgio, Montenegro, Giappone, Italia, Portogallo, Romania, Stati Uniti, Grecia, Siam, Brasile, Cuba, Panama, Liberia, Cina, Guatemala, Nicaragua, Costa Rica, Honduras, Haiti, Andorra e i volontari di nazioni non ancora indipendenti quali Polonia, Cecoslovacchia, Hegiaz e Armenia. Dall’altra gli Imperi Centrali ovvero Germania, Austria – Ungheria, Impero Ottomano e Bulgaria e gli alleati Stato dei Dervisci, Sultanato del Darfur e Confraternita dei Senussi.

Dal 1882 il Regno d’Italia era legato all’alleanza con la Germania e con l’Austria-Ungheria (Triplice Alleanza), pur coltivando mire espansionistiche sui territori cosiddetti irredenti, in particolare su Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia ancora sottoposti al dominio asburgico. Allo scoppio della Grande Guerra nell’estate 1914, in seguito all’assassinio del principe ereditario d’Austria-Ungheria commesso dal serbo Gavrilo Princip1 a Sarajevo, il Regno d’Italia conservò una posizione di interessata neutralità. All’oscuro del parlamento, infatti, il governo portò avanti trattative con entrambi gli schieramenti allo scopo di ottenere il massimo in termini di espansione territoriale. Si giunse il 26 aprile 1915 alla stipula del Patto di Londra con l’Intesa in base al quale l’Italia sarebbe entrata in guerra nel giro di un mese. Il 23 maggio fu dichiarata guerra alla sola Austria-Ungheria e l’esercito guidato dal capo di stato maggiore Luigi Cadorna2 aprì il fronte orientale sulla linea del fiume Isonzo.

Pur combattendo una guerra difensiva in Trentino, l’esercito italiano scagliò dieci inefficaci offensive sul fiume Isonzo prima di subire un clamoroso contropiede. Alle ore 2 del 24 ottobre 1917 le artiglierie austriache e tedesche sferrarono un poderoso attacco che produsse, con l’ausilio della fanteria, lo sfondamento del fronte sia sulle montagne che sull’Isonzo. La prima città a cadere fu Caporetto, quindi l’avanzata austro-tedesca fu inarrestabile: il 28 ottobre venne conquistata Udine, il 4 novembre Codroipo, il 6 gli invasori raggiunsero il fiume Livenza.

Ciò che restava dell’esercito italiano, in rapida e caotica disfatta, si protesse oltre il fiume Piave, abbandonando sul terreno armi e vettovaglie e le popolazioni civili. Si calcola che la disfatta di Caporetto costò in due settimane la perdita di 350 mila uomini tra dispersi, feriti, morti e prigionieri e lo sbandamento di altri 400 mila. L’avanzata nemica si arrestò a metà novembre 1917 al fiume Piave.

 

Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell’egoismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati della zona temperata, i cantinieri, i giornalisti, fuggivano i napoleoni degli Stati Maggiori, gli organizzatori delle difese arretrate, i monopolizzatori del patriottismo degli angoli morti e delle retrovie, decisi a tutto fuorché al sacrificio, fuggivano gli ammiratori del fante, i dispensatori di oleografie e di cartoline illustrate, gli snob della guerra, gli imbottitori di crani, gli avvocati e i letterati dei comandi, i preti del Quartier Generale e gli ufficiali d’ordinanza, figli di pochi ma onesti genitori, fuggivano i “roditori” della guerra, i fornitori di carne andata a male e di paglia putrefatta, i buoni borghesi quarantotteschi che non volevano dare asilo al fante perché portava in casa pidocchi e cenci da lavare, e parlavano del re come del “primo soldato d’Italia”, fuggivano tutti in una mirabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismi e di suppellettili, tutti fuggivano imprecando ai traditori che non volevano più combattere e farsi ammazzare per loro3.

 

Tuttavia, al di là dell’enorme dimensione della disfatta militare, la tragedia fu immane anche per le conseguenze sulla popolazione civile. Scarsamente informata sull’andamento degli eventi bellici, esacerbata dalla comunicazione di stampo nazionalista e dalla propaganda governativa, alla vista della fuga precipitosa e disordinata dell’esercito italiano, tanto dei soldati semplici che degli ufficiali e dei generali stessi, la popolazione, lasciata priva di direttive, entrò nel panico. Circa un milione di persone delle province di Belluno, Treviso, Udine, Venezia e Vicenza abbandonò le proprie residenze cercando di trovare una via di fuga verso ovest per scampare a un nemico imprecisato e indefinito. Raccolti pochi oggetti e vettovaglie, i profughi si imbottigliarono in prossimità dei ponti e sulle strade principali che erano presidiate dai soldati. Per chi riuscì a oltrepassarli si profilò un anno di “esilio” in Italia, per gli altri un pauroso ritorno a casa e la convivenza con le truppe occupanti.

Chi scappò? L’intera classe dirigente: burocrati, dipendenti comunali, notabili con l’aggiunta di militari, possidenti terrieri, imprenditori e l’arcivescovo di Udine4. Rimasero al loro posto i parroci e quanti, per sfortuna o per miseria, non poterono allontanarsi.

Destituito Cadorna, il comando italiano passò ad Armando Diaz5 che organizzò la resistenza sul monte Grappa e sulla linea del Piave.

Dalla rotta di Caporetto all’Armistizio di Villa Giusti a Padova (firmato il 3 novembre 1918 e in vigore dal 4) scorsero i dodici mesi del cosiddetto “anno della fame” per le popolazioni dei territori invasi dalle truppe austro-tedesche.

Prive degli uomini, impegnati in guerra, in promiscuità con l’aggressivo invasore, le famiglie che preferirono rimanere o non poterono partire vissero sulla propria pelle violenze, fame, malattie (la spietata febbre spagnola in particolare) e privazioni di ogni genere.

La popolazione, semianalfabeta, era pressoché interamente occupata in un’agricoltura di sussistenza, resa ancor meno produttiva dalla mancanza di manodopera qualificata e, in seguito al Bando Cadorna, spogliata pure dei pochi uomini rimasti e non impegnati al fronte.

Non tutti coloro che sorpassarono la linea del Piave si sistemarono agiatamente, anzi. I disagi furono generalmente enormi, ingigantiti dalle difficoltà di natura culturale e sociale portate dal trasferimento in realtà così diverse dal Friuli e dal Veneto orientale, come il Meridione e le isole per esempio. L’approvvigionamento alimentare e la precarietà o l’assenza di lavoro spesso provocarono tensioni e scontri fra i profughi e le comunità ospitanti.

È altrettanto certo che quanti restarono a casa propria, a proteggere gli anziani, le donne, i bambini e la proprietà, non se la passarono affatto bene. Le cronache del tempo tramandano dolorose situazioni di persone costrette a cibarsi di erba e dei pampini delle viti per scampare alla morte per fame (basta una rapida scorsa ai registri parrocchiali per rendersi conto di quanti furono i morti di inedia), dei malati di pellagra, malaria e febbri perniciose.

La situazione andò peggiorando nella primavera e nell’estate del 1918 con il prolungarsi della guerra. Le stesse truppe occupanti, infatti, subirono un razionamento degli aiuti alimentari provenienti dai Paesi di origine, gravemente presi dalla crisi, per cui il sostentamento degli eserciti invasori venne ricercato sul territorio.

Discorso a parte è quello relativo alle vessazioni e alle violenze perpetrate dalle truppe occupanti, tipiche peraltro di ogni scenario di guerra. Stupri e attentati al pudore, furti e grassazioni, danneggiamenti al patrimonio artistico, storico e ambientale, deportazioni e minacce di ogni genere si verificarono inesorabilmente in tutti i paesi.

Vale la pena pure tentare di fare chiarezza fra le varie condizioni che, spesso sbrigativamente, vengono accorpate nella definizione di profugo. In riferimento alla Grande Guerra, infatti, passa generalmente per profugo il cittadino italiano che ha lasciato il proprio territorio sentendosi minacciato dall’avanzata del nemico, divenendo a tutti gli effetti un rifugiato in Italia. Per profugo passa anche chi, abitando le zone in prossimità o in concomitanza con il fronte, è stato allontanato dalle autorità militari, vestendo così i panni dello sfollato.

Andrebbe approfondita in altra sede la vicenda degli sfollati nei territori occupati: cittadini italiani non assistiti dal proprio governo ma a carico (vitto e alloggio) delle comunità invase.

Appare alquanto utile ora, per inquadrare la portata del fenomeno, fornire le cifre riguardanti i profughi. La fonte ufficiale, ma non per questo assolutamente attendibile, è il Censimento dei profughi di guerra pubblicato nel 1919 dal Ministero per le terre liberate da cui risulta che nel novembre 1918 risiedessero in Italia 632.210 profughi di guerra.

Ecco la destinazione dei profughi per provincia: 12.794 Alessandria, 8636 Ancona, 1592 Aquila (L’), 5949 Arezzo, 4721 Ascoli Piceno, 4089 Avellino, 6123 Bari, 11.673 Belluno, 3277 Benevento, 7007 Bergamo, 12089 Bologna, 8493 Brescia, 98 Cagliari, 1673 Caltanissetta, 3739 Campobasso, 12235 Caserta, 4679 Catania, 1738 Catanzaro, 4679 Chieti, 10910 Como, 1380 Cosenza, 4794 Cremona, 9786 Cuneo, 7085 Ferrara, 39.741 Firenze, 2951 Foggia, 19.978 Forlì, 27.922 Genova, 1141 Girgenti6, 1513 Grosseto, 1997 Lecce, 5971 Livorno, 14.686 Lucca, 4640 Macerata, 3488 Mantova, 2784 Massa Carrara, 4059 Messina, 47.614 Milano, 9506 Modena, 13.095 Napoli, 13.528 Novara, 13.301 Padova, 5217 Palermo, 8005 Parma, 6164 Pavia, 9656 Perugia, 6680 Pesaro e Urbino, 6416 Piacenza, 7309 Pisa, 6253 Porto Maurizio7 (Imperia dopo l’accorpamento con Oneglia), 1375 Potenza, 6981 Ravenna, 1726 Reggio Calabria, 8357 Reggio Emilia, 16.545 Roma, 3834 Rovigo, 3223 Salerno, 79 Sassari, 5183 Siena, 2753 Siracusa, 1527 Sondrio, 7181 Teramo, 26.761 Torino, 3607 Trapani, 24.514 Treviso, 36.225 Udine, 2661 Venezia, 10.507 Verona, 37.062 Vicenza.

Dalla provincia di Udine fuggì complessivamente il 21,46% della popolazione pari a 134.816 profughi.

Le guerre le dichiarano i politici, le combattono i militari, le subiscono i civili.

Continua lo shopping! scopri altri prodotti della sezione storie nella storia o di Alba Edizioni