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Don Lorenzo Milani nella mia vita di uomo e prete

Alba edizioni, 2017 – 132 pagine, Pierluigi di Piazza, ISBN 978-88-99414-26-9

12,00
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Pierluigi Di Piazza, sacerdote friulano che ha fondato e dirige il Centro di accoglienza e di promozione culturale “Ernesto Balducci” di Zugliano (Udine), racconta il suo incontro con l’esempio di don Milani.

Don Lorenzo Milani non può essere strumentalizzato da nessuno: non da chi lo vorrebbe un ribelle individualista e certo non da chi pretenderebbe di indicarlo come modello di obbedienza acritica e sottomessa. Tuttavia, a 50 anni dalla morte, il suo insegnamento non è stato ancora recepito da gran parte della Chiesa, dei politici, degli educatori in tema di accoglienza, pacifismo, solidarietà, ambientalismo, formazione dei giovani. Eppure don Lorenzo ha attuato una vera rivoluzione culturale: suscitare libertà, autonomia di coscienza e di scelta, protagonismo consapevole e creativo, sensibilità e pratica del servizio agli altri, concentrato in quella straordinaria espressione fondamento di ogni pedagogia: I care, mi sta a cuore, mi appartiene, mi coinvolge.

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Nessuna presunzione di scrivere “qualcosa” di nuovo o di originale su don Lorenzo Milani, ma solo una umile condivisione di alcuni vissuti personali, di una successione di “pensieri del cuore”, quindi parziali e poveri su come sia presente da tanto tempo nella mia vita di uomo e di prete, non in modo saltuario, occasionale, bensì permanente la sua profezia incarnata pienamente nella storia.

Quando si sale a Barbiana questa profezia parla ancora perché è viva: la voce dei suoi ragazzi di allora continua a comunicarla. Ma anche se non c’è nessuno, si avverte la sua forza perché il luogo stesso ne parla: la casa parrocchiale in cui si è svolta quella sorprendente e immensa esperienza, la piccola piscina che pur ne è un segno, soprattutto il cimitero con la sua semplicissima sepoltura di fronte alla quale si avverte la vita oltre la morte e la luce e la forza interiore che ne promanano.

Che papa Francesco sia salito a Barbiana, dopo essere stato a Bozzolo, è un segno straordinario: non di riparazione, non di riconoscimento postumo, ma di sintonia e di condivisione della scelta dei poveri.

Quando don Lorenzo è morto il 26 giugno 1967 avevo 19 anni e mezzo. Non ne avevo mai sentito parlare: in semina-rio non c’era perché non c’era il Gesù di Nazareth dei Vangeli, ma solo quello che impropriamente veniva utilizzato per confermare uno spiritualismo astratto, una ideologia sacrale e clericale, una concezione della Chiesa piramidale e gerarchica, nella quale i profeti non sono graditi ma allontanati.

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