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Annone Veneto una comunità in guerra (1915-1918)

Alba edizioni, 2019 – 128 pagine, Daniele Ceschin, ISBN 8899414467

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La Grande Guerra irrompe nel Veneto orientale dopo la rotta di Caporetto. Ma le comunità locali sono immerse nel conflitto fin dalla primavera del 1915. Con i morti, gli orfani, le vedove, le madri di guerra, i mutilati. Storia, prima che memoria, poi fissata nel dopoguerra su lapidi di pietra. Annone Veneto non fa eccezione. Nel 1917 i suoi abitanti vengono travolti dall’invasione austro-ungarica che diventa subito occupazione militare. Un anno di cattività in cui, a parte i profughi fuggiti oltre il Piave, il resto della piccola comunità annonese conosce la violenza del nemico, i saccheggi, il lavoro coatto, la fame, il passaggio di migliaia di soldati e di centinaia di civili sfollati dalla zona di guerra. Un mondo capovolto che alla fine del conflitto deve fare i conti con la ricostruzione di un tessuto sociale, l’instabilità amministrativa, i danni e i risarcimenti di guerra.

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Cominciamo dalla fine, cominciamo dai caduti. Anzi, dai morti. Dai soldati che non tornarono a casa. Nel dopoguerra il ricorso al termine “caduti”, preferito a “morti”, non rappresentò un vezzo semantico, ma il tentativo di allontanare il concetto della morte in guerra, di esorcizzarla in qualche modo per costruire un racconto patriottico e, per quanto possibile, neutro del trauma che aveva colpito centinaia di migliaia di famiglie.

A distanza di cento anni è difficile immaginare quanto abbiano inciso le perdite di giovani vite per ogni famiglia. Chi si avvicina alla memoria di ogni singolo caduto, scopre in realtà quanto grande fu il conflitto che condusse a morire un’intera generazione. Contare i morti significa non solo cercare di dare loro un nome, ma di inserirli all’interno di un racconto collettivo in grado di restituire la complessità semantica e simbolica della morte in guerra.

La dimensione del dolore era difficilmente intellegibile, in particolare per la modalità della morte, che avveniva lontano da casa, in un luogo sconosciuto e definito in modo generico “zona di guerra”, per opera di armi che dilaniavano in maniera orribile i corpi. La morte in guerra s’incrocia con quella della trincea, dove si moriva in forma anonima. Un quadro in cui i soldati irruppero all’improvviso e al quale dovettero rapidamente abituarsi. Per loro la trincea rappresentò non solamente il luogo fisico al confine con la “terra di nessuno”, ma la dimensione quotidiana della vita e della morte, della paura e dell’orrore, del cameratismo e della promiscuità; lo spazio fatto di “sangue, merda e fango” che mutò il paesaggio mentale di un’intera generazione. I corpi senza vita appartenevano a un mondo reale che affollava i pensieri oltre che gli spazi e gli sguardi dei soldati. E ogni momento era sovrastato dalla constatazione dell’inutilità di quella morte di massa determinata dalla cecità dei generali.

 


 

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