Vito Favero

Gli aspetti pubblici e più conosciuti del ciclista professionista, attivo a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche quelli più intimi e famigliari.

Vito Favero conobbe l’anno di grazia nel 1958 quando fu protagonista al Tour de France, indossando per sei giorni la maglia gialla e abbandonandola solo alla penultima tappa a beneficio del lussemburghese Charly Gaul, vincitore della corsa.

 

Sempre nel ’58 Favero disputò il mondiale su strada, vinto da Ercole Baldini, classificandosi al quarto posto. In sette anni di carriera con le maglie della Bottecchia, l’Atala e la Torpado, Favero si aggiudicò una decina di gare e di circuiti, fra i quali due tappe del Giro d’Italia (la Pescara-Napoli nel ’57 e la Genova-Torino nel ’59) e una al Tour de France (la Metz-Namur nel ’59).

 

Appesa la bicicletta al chiodo, divenne imprenditore di successo e campione di bocce.

 

Sono nato a Sarmede nel 1932, un piccolo paesino posto alle pendici del Cansiglio. Una volta i figli nascevano in casa con l’aiuto di una levatrice di fiducia, quella che ora si chiama ostetrica. Anche io sono nato così da mia mamma Rosa, detta Rosina. Mio padre Adamo, stranamente quella sera era a casa che aspettava la mia nascita. Era una cosa insolita che fosse a casa, perché il suo lavoro, prima come manovale poi come responsabile nelle gallerie, lo portava sempre a essere in giro per il mondo.

In via Luigi Cadorna, detta anche Borgo dei Dori, ho vissuto la mia infanzia; gli anni non erano facili ma fu un’età felice per me. Vivevamo in tanti lì: io, i miei genitori, mio fratello Giovanni, gli zii, i cugini e gli amici con i quali è sempre rimasta salda l’amicizia.

Mia madre faceva la contadina, come la maggior parte della gente qui a Sarmede, e lavorava la terra insieme alla sorella di mio padre, la zia Amabile detta “Ieia”, un termine dialettale che significava zia.

Non dimenticherò mai i miei amici: Baldo, Domenico dal Cin detto dei Rossi, Tommaso da Frè, Giorgio Fardin, con loro sono rimasto sempre in contatto; ne avevo molti altri che porto sempre con me nel cuore.

Il periodo della scuola elementare coincise, purtroppo, con la Seconda Guerra Mondiale. Andavamo a scuola nel municipio di Sarmede; eravamo in 30/40 per classe. Ricordo ancora che a ogni suono della sirena che preannunciava possibili bombardamenti aerei, uscivamo tutti nella piazza di fronte alla scuola e correvamo sotto il vecchio ponte a ripararci.

All’età di 12 anni lavoravo come apprendista muratore.

Nel mio tempo libero iniziai a costruire, con l’aiuto di mio cugino e mio fratello Giovanni, la nuova casa dove andammo ad abitare con la mia famiglia, la zia Amabile e Angelo, suo figlio, in via Cesare Battisti lungo il torrente Friga.

Ho vissuto in quella casa fino a quando mi sono sposato e, sempre con il loro aiuto, mi sono costruito la casa dove vivo ora.

Il mio primo stipendio da muratore era di 1000 lire al mese, con questi soldi ero riuscito a pagarmi i corsi di disegno tecnico architettonico che seguii per tre anni il sabato sera e la domenica mattina.

Non ero ancora maggiorenne e di sacrifici mi sembrava di averne fatti molti ma nulla in confronto alle fatiche fisiche e psicologiche che ho vissuto, poi, nel mio periodo di ciclista professionista.

Un giorno ottenni un lavoro a Vittorio Veneto, 15 km da casa come muratore in un sanatorio, lo stesso dove morì mio padre Adamo, per un tumore ai polmoni, diversi anni dopo. I casi di tubercolosi erano molto diffusi, in quel periodo, e vi era la possibilità di venir contagiato. Allora il mio datore di lavoro decise di trasferirmi a Conegliano, 20 km da Sarmede, in un posto più sicuro dal punto di vista sanitario anche se più lontano da raggiungere. Ci andavo tutte le mattine con la bicicletta di mia madre e spesso facevo anche 80 km al giorno avanti e indietro. Ero stanco di affrontare tutti quei km per poi lavorare 10 ore al giorno e provai a cercare più vicino. Sapevo di una ditta che cercava un muratore e ci trovammo in molti in fila per quel posto ma quando fu il mio turno il titolare mi disse che avevo le braccia troppo esili per fare il muratore. Ricordo ancora quanto deluso e arrabbiato ero.

Fu allora che decisi di fare il ciclista.

Iniziai iscrivendomi, con il mio amico Baldo, a tutte le gare che si tenevano il sabato e la domenica nei paesi vicino a Sarmede. La mia prima gara la corsi a Corbanese. Ricordo benissimo che lavorammo tutto il sabato per modificare la bicicletta e sistemare il manubrio da corsa che aveva Baldo nella sua. Corsi bene ma arrivai secondo solo perché all’ultimo giro mi scese la catena e dovetti fare 100 metri correndo a piedi per passare il traguardo perché non c’era tempo di sistemarla altrimenti non sarei neppure arrivato tra i primi. Vinsi una coppa e pochi soldi e con tutto il gruppo di amici andammo a festeggiare a Marzemino, pane e formaggio in una osteria del posto.

Vinsi diverse gare da non tesserato con nessuna federazione o associazione; l’anno seguente mi chiesero di tesserarmi cosicché ero anche assicurato.

La prima squadra per la quale corsi da tesserato, a 19 anni, fu la San Giacomo di Veglia, nome del paese in cui vinsi la mia prima gara, il famoso “Pedale d’Argento”.

La mia bicicletta era una Bottecchia. All’inizio sponsorizzavo una marca di brillantina e poi una marca di lavatrici. Mi allenavo due volte alla settimana facendo circa 80 km. Il resto del tempo lo dedicavo a fare il muratore.

A 19 anni vinsi la corsa del Belvedere a Villa di Cordignano, nel 1951, paese a me caro per due motivi: uno perché mi aprì la strada per diventare professionista, così potevo smettere di fare il muratore e dedicarmi alla bicicletta, l’altro perché conobbi mia moglie, Giuseppina detta Beppa.

Quando la vidi non avevo neanche il coraggio di parlarle e chiesi a un mio amico di farmela conoscere. In una gara a Silvella le consegnai il mazzo di rose gialle che ricevetti come premio. Era bellissima con un sorriso da far fermare il fiato, per fortuna sembravo piacerle anche io. A causa dei miei continui spostamenti in giro per le gare e gli allenamenti, non ci frequentammo subito. Passò un po’ di tempo. Qualche tempo dopo, con il permesso di suo padre Isidoro, una volta era consuetudine comportarsi così, iniziai a frequentarla.

Nel 1951 partii per fare il militare negli alpini come artigliere da montagna e poi, per meriti sportivi, passai nel Corpo Armato. Come ciclista professionista avevo diversi vantaggi; mi lasciavano allenare spesso e avevo diverse licenze per poter disputare le gare.

Il mio sponsor, in quel periodo, era la bicicletta Carnielli e divenni amico di Teodoro Carnielli che invitai anche alle mie nozze.

Abitavamo nella casa di via Battisti, riscaldata solo da una stufa a legna. Però non avevamo dimenticato mai il Borgo Dori dal quale venivamo così ogni anno per il Pan e Vin tornavamo lì per ritrovare i vecchi amici e festeggiare il nuovo anno.

Avevo molti fan nel mio paese ma a me piaceva passare inosservato come gli altri, la popolarità mi ha sempre dato un po’ fastidio perché ero molto timido. A me interessava molto di più l’affetto delle persone che mi davano l’energia per fare bene il mio lavoro di ciclista, la fama non mi è mai interessata. Per mia madre Rosa il ciclismo non era un lavoro, lei avrebbe preferito vedermi a casa a lavorare la terra forse perché aveva paura che mi facessi male, cosa che accadde in alcune gare.

Ormai ero un ciclista professionista e iniziai a vincere diverse tappe di gare importanti, il mio stipendio salì dalle 1000 lire degli esordi alle 50 mila, circa il doppio di una paga media di quegli anni. Non solo i soldi aumentavano ma anche i km da fare in allenamento; passai dagli 80 km, due volte alla settimana, ai 200 km ogni due giorni. Ero solito andare a Cortina salendo per il Fadalto, poi facevo passo Falzarego, il Pordoi poi tornavo a casa alla sera. Durante l’allenamento mangiavo qualche panino con marmellata e acqua. Alla sera mia madre mi preparava il pollo con la verdura. Avrei avuto bisogno di mangiare di più ma i soldi che portavo a casa non bastavano a sfamare tutta la famiglia.

  • ALBERTA BELLUSSI - TIZIANA FAVERO
  • " Vito Favero "
  • Alba edizioni, 2018 - 140 pagine, 15€
  • ISBN