La leggenda del Gavia

Il 5 giugno 1988 si disputò la tappa del Giro d’Italia più martoriata del dopoguerra: la Chiesa in Valmalenco-Bormio ovvero la tappa del Gavia. In cima al Passo, a -5°C, una bufera di neve, agitata dal forte vento, attese i corridori.

In testa c’era l’olandese Johan Van der Velde in maniche corte senza berretto né occhiali né gambali né impermeabile. La discesa, affrontata sullo sterrato, con la nebbia e la neve, fu un autentico calvario

L’emozionante racconto dei “sopravvissuti” Marino Amadori,Gianpaolo Fregonese, Marco Giovannetti, Sylvain Lorenzon,  Silvio Martinello, Roberto Pagnin, Renato Piccolo, Ennio Salvador, Franco Vona e del fotografo Roberto Bettini trasforma una corsa ciclistica in epica.

PREFAZIONE

Si dice che i più grandi crimini di percorso, ovvero le scoperte più ferali per i corridori, il patron Torriani li abbia portati a compimento sottobraccio a quello che sembrava un mite nonno, ma che in realtà era stato un intrepido volontario in guerra, originario di Portoferraio e poi trasferitosi chissà perché in Puglia. Il suo nome era Cesare Sangalli, aveva due severe sopracciglia e andava spesso all’avanscoperta con el sciùr Vincenzo da Novate per scoprire salite nuove. Fu così che i due arrivarono una sera, sul far della notte, sulla… luna. Il Gavia è la luna, il suo paesaggio sembra pronto ad accogliere il Lem e le sue strade sono disseminate di “piattine” di pietra che scivolano giù dai crinali e si lanciano, assassine, su un asfalto che solo il Giro ha costretto a spargere su una strada che nessun altro ormai percorre.

Per farsi raccontare il Gavia ci vogliono due persone: Imerio Massignan, che se l’è scalato fino a qualche anno fa (mentre scriviamo sono 81), fino a quando l’età si è fatta importante, e che vi cercò gloria nel 1960. Il tempo, per Sangalli e Torriani, di scoprire quella montagna assassina e bizzosa, e subito il vicentino le diede l’assalto. Lassù passò primo lui, con un distacco tale da poter prendere la maglia rosa e lasciarsi alle spalle il piccolo lussemburghese dal ghigno feroce, Charly Gaul, poi arrivò la prima di tre forature – alle sue spalle la squadra si era ritrovata senza ammiraglia e senza moto cambio-ruote (avevano fuso motore e frizione) – e il sogno di Imerio tramontò al terzo pffff a 800 metri dal traguardo finale.

Un altro che la può raccontare è Johan Van der Velde, il primo a salirvi nella tormenta del 1988. Lo videro fermarsi, accettare tre coperte sulle spalle e… non lo videro più. Siccome per gli Italiani che guardano la tivù era lui l’eroe del Gavia, l’americanino Hampsten ci fece la figura del fortunello.

E le favole fiorirono, sulla discesa più che sulla salita, fino a sentir raccontare ancor oggi che lo scoiattolo Andrew fu accompagnato addirittura da una corrente calda – miracolo! – mentre gli altri piangevano lacrime ghiacciate, incapaci di stringere i freni, impossibilitati a pedalare, piccoli vagoni tremanti lanciati in discesa verso Bormio.

Una cosa è certa: l’epica ebbe il sopravvento sullo sport e il risultato del Giro 1988. Una cosa è certa: in quel Giro 1988 vinse l’epica e non la logica sportiva. L’americano, alla faccia della grappa che qualcuno offrì all’olandese primo in vetta, ci fece la figura dell’eroe e, invece, probabilmente, ebbe in regalo dalla sorte quella tappa e quel distacco.

Oggi, con quella neve e quel freddo, la frazione verrebbe neutralizzata in vetta. Chissà chi avrebbe vinto la corsa rosa senza la discesa dei lunghi ghiaccioli. Una cosa è certa: chi l’ha vissuta, la racconta ancora. Anche se non è arrivato al traguardo.

Van der Velde? Scomparso dalla circolazione. Forse è ancora lassù, in baita, davanti alla fiasca di grappa aspettando che la tormenta “sballi”.

Toni Frigo

Caposervizio Tribuna di Treviso

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