Il Mundial di Karol

Il Mundial di Spagna 1982 non è soltanto quello vinto dagli azzurri di Enzo Bearzot. Quell’edizione della Coppa del Mondo di calcio è passata alla storia anche per lo stupore suscitato dalla nazionale terza classificata, la Polonia della sua stella Boniek.

Mentre Zibì e compagni vincevano e convincevano sui campi spagnoli, la popolazione polacca era sconvolta dal colpo di Stato liberticida del generale Wojciech Jaruzelski, l’imposizione della legge marziale e il soffocamento del sindacato libero Solidarność.

In Vaticano un papa polacco, Giovanni Paolo II al secolo Karol Józef Wojtyła.

La prefazione è del campione del mondo Dino Zoff. Contiene intervista a Andrzej Iwan.

“Il Mundial di Karol” di Alberto Bertolotto è un libro particolare poiché, riprendendo il filo conduttore delle riflessioni sul calcio polacco degli anni Settanta, contenute nella bellissima descrizione della storia della nazionale, terza ai mondiali di calcio del 1974, presenta una dettagliata e competente ricostruzione delle vicende della selezione polacca di nuovo, nel 1982, la terza al mondo.

Però il valore di questo libro consiste nel fatto che non si sofferma solo sulle vicende strettamente sportive dato che “la squadra, prima allenata da Ryszard Kulesza e poi da Antoni Piechniczek, affrontò le qualificazioni iridate tra il dicembre del 1980 e il novembre del 1981, nel periodo immediatamente successivo alla legalizzazione di Solidarność, il primo sindacato riconosciuto da uno Stato comunista, avvenuta nell’agosto del 1980; disputò poi la rassegna mondiale in Spagna durante lo “Stan Wojenny”, lo stato di guerra, dovuto al golpe del generale Jaruzelski nel dicembre del 1981”.

All’autore non sfuggono neanche i tradizionali, ma a partire dal 1978 sempre più forti, legami tra la Polonia e l’Italia, simboleggiati, nella vita politica e religiosa, dalla figura di un papa polacco, Giovanni Paolo II, ovvero “il personaggio chiave nella lotta al comunismo”. D’altra parte il Paese “comunista” (la cosiddetta “Polonia popolare”) con la Chiesa cattolica come controparte non poteva non interessare l’Italia governata dai democristiani, ma con il Partito comunista quale principale forza d’opposizione. Nello stesso tempo, la Polonia già allora era una “terra promessa” di guadagni a basso costo, ottenuti grazie agli investimenti italiani come quelli della Fiat di Agnelli. Non a caso, proprio dopo i mondiali di Spagna, che hanno visto di nuovo il duello polacco-italiano, anche l’Italia calcistica conoscerà un Polacco che pure scrivera il suo capitolo nella storia della Serie A: Zibì Boniek, il “bello di notte” nelle coppe europee della Juventus e, infine, giocatore importante anche per la Roma.

Anche se uficialmente il mondo dello sport cercava e cerca di negarlo fino ai giorni nostri, gli intrecci tra la politica, sia interna che nazionale, e lo sport sono molteplici e storicamente presenti addirittura da secoli, ma in modo particolare si sono fatti sentire nel Novecento nell’ambito di sistemi totalitari e autoritari (fascismo, nazismo e comunismo). Pure negli anni Settanta e all’inizio degli Ottanta del XX secolo la politica influenzava lo sport e viceversa. Gli esempi di questa influenza (spesso negativa) sono evidenziati nel libro di Alberto Bertolotto. A quell’aspetto era stata rivolta l’attenzione anche nel primo libro dedicato alla nazionale polacca del 74, “A ritmo di Polska”, precisamente nell’intervista rilasciata dal sottoscritto e dal collega giornalista Jerzy Cierpiatka, nella quale abbiamo sostenuto che “il segreto del calcio polacco del tempo era la sua organizzazione. Già dagli anni ’50 e ’60 si cercava di praticare lo sport in maniera professionale e si investiva sugli allenatori per formare i giocatori”. Ma ciò avveniva perchè dietro c’era un progetto ideologico molto preciso dato che qualsiasi regime comunista in quell’epoca “dava grande attenzione allo sport, in quanto vetrina per il sistema”. Il calcio quindi veniva trattato come un grande strumento di propaganda.

Quel meccanismo però ha funzionato nel Paese solo fino a un certo punto e ciò era dovuto alle esperienze che hanno subito i Polacchi in corso del Novecento: le guerre, le occupazioni tedesca e sovietica, infine la sottommissione forzata della Polonia post-bellica al dominio dell’Urss. In tale prospettiva i successi degli sportivi – vittorie ai giochi olimpici e campionati mondiali (dal pugilato al Wunderteam dell’atletica leggera e al terzo posto ai mondiali del calcio in Germania del ‘74) – venivano salutati dai Polacchi come una specie “di riscossa dopo molte sconfitte patite”.

In questo contesto non si può non prendere in considerazione la pesante atmosfera della politica interna nella Polonia popolare. Negli anni Sessanta ovvero nel periodo legato al nome del segretario del partito comunista, Władysław Gomułka, la linea ufficiale era quella di chiusura verso il mondo esterno e di restrizioni nei confronti degli ambienti giovanili che cercavano di seguire le “mode occidentali”. In tal modo lo sport è diventato uno dei pochi canali non ufficiali con l’Occidente. La situazione si è modificata nel dicembre 1970 quando la protesta degli operai dei cantieri “Lenin” di Danzica è stata soffocata con l’uso della forza militare e con decine di morti. Gli eventi di Wybrzeże (il Litorale) hanno causato però il terremoto politico e l’arrivo al potere del segretario Edward Gierek il quale ha adottato una linea di apertura veramente ampia verso l’Occidente, ovviamente paragonata alla pratica politica dei Paesi dell’allora Est comunista. Non cambiava quindi il dogma dell’alleanza “eterna” e “fraterna” con l’Unione sovietica (anzi, nel 1976 tale alleanza verrà inclusa come un articolo nella Costituzione polacca) e neanche il sistema dell’economia pianificata e centralizzata. Alla Polonia di Gierek sono stati elargiti crediti che dovevano servire per gli investimenti e, alla fine, per i profitti delle aziende occidentali. Non c’è dubbio che tale politica è stata accolta favorevolmente da gran parte dei cittadini di un Paese finora chiuso e povero quasi per propria scelta. La prima metà degli anni Settanta significava non solo il mucchio di dollari destinati all’economia, ma anche un discreto miglioramento del livello di vita e pure l’arrivo della moda, della musica e dei costumi occidentali. Tutto ciò veniva accompagnato – probabilmente non a caso – da importanti successi sportivi come la medaglia d’oro dei pallavolisti ai mondiali del ‘74 e ai Giochi olimpici del ‘76 nonché la vittoria della nazionale di calcio ai Giochi di Monaco di Baviera del ‘72 e il terzo posto al torneo iridato del ’74 in Germania.

“Il giocattolo” – anche quello sportivo – si è rotto nella seconda metà della “Decade di Gierek”: a causa delle crisi del mondo occidentale (in particolare quella petrolifera), gli investimenti, spesso pianificati e realizzati in modo sbagliato già in partenza, non hanno dato i profitti sperati, e la Polonia è entrata nella spirale dell’indebitamento non sostenibile nei confronti delle banche e dei governi occidentali. È iniziata così, in breve tempo, la crisi economica e sociale che ha causato da una parte l’impoverimento della società, già non troppo ricca, ma dall’altra la rivolta popolare che ha portato – sempre nei cantieri di Danzica nell’agosto del 1980 – non solo istanze economiche ma anche politiche, preparate sia dall’insegnamento del papa polacco che dall’attività di ambienti di opposizione laica.
Tale era il contesto politico dell’ultima vera affermazione del calcio polacco a livello internazionale, il terzo posto della nazionale di Antoni Pechniczek ai mondiali spagnoli. La Polonia nel 1982 era sotto una vera e propria ditattura militare imposta dal gen. Wojciech Jaruzelski con il golpe del 13 dicembre 1981. Ovviamente il regime puntava sul successo sportivo in cerca del consenso popolare, ma – come ha dimostrato nel suo libro Alberto Bertolotto, descrivendo la famosa partita contro l’Unione Sovietica – il risultato era opposto a quello sperato dalle autorità militari di Varsavia. Anche in questo caso i Polacchi hanno dato il sostegno alla selezione di calcio intesa come il bene di tutti e non quello di chi stava al potere, specialmente quando opprimeva le istanze di libertà dello stesso popolo. Giustamente, quindi, osserva Alberto Bertolotto che Il successo ha fatto di giocatori della nazionale del ‘82 degli eroi, ma “sotto questo aspetto il terzo posto iridato non porta giovamenti alla società, se non una felicità – enorme – in una vita privata di tante, troppe, libertà”, notando anche che “la strada verso un governo libero è ancora lunga”.

Infatti le leggi marziali, imposte dal gen. Jaruzelski, sono state formalmente revocate nel 1983, ma alla vera e propria svolta politica, anzi, per il cambiamento fondamentale non solo della vita politica polacca, si dovrà aspettare il 4 giugno 1989 quando la rinata Solidarność vincerà le prime elezioni (peraltro non completamente libere) e la Polonia imboccherà con grande accelerazione la strada che la porterà allo sviluppo economico e, dal punto di vista geopolitico, al ritorno – con l’adesione alla Nato (1999) e all’Unione europea (2004) – nella grande “famiglia occidentale”.

  • ALBERTO BERTOLOTTO
  • Il Mundial di Karol
  • Alba edizioni, 2018 - 160 pagine, 15€
  • ISBN 9788899414412