Giovanni Micheletto, il “Conte di Sacile

La straordinaria biografia di Giovanni Micheletto (1889-1958), ciclista e imprenditore di successo, attivo nella Resistenza. Fra i più forti corridori europei anteguerra, Micheletto vinse il Giro di Lombardia nel 1910, il Giro d’Italia nel 1912 con l’Atala, la Parigi-Menin (primo italiano a vincere una corsa in linea all’estero) e la prima tappa del Tour de France nel 1913.

Abile imprenditore nel settore vinicolo, durante la Resistenza militò nel Comitato di Liberazione nazionale della sua città, Sacile.

Nel secondo dopoguerra si distinse come presidente dell’ospedale cittadino. Durante l’attività ciclistica venne soprannominato “Conte di Sacile” per i suoi modi garbati e il vezzo di soffiarsi il naso con il fazzoletto anche in corsa.

Si dice che il freddo tempri il carattere e che formi una forza di volontà particolarmente spiccata. Deve essere stato il caso di Ettore Giovanni Micheletto, venuto alla luce a Sacile il 23 gennaio 1889. Di famiglia cattolica molto conosciuta anche fuori città, il bimbo venne battezzato il 2 febbraio. I genitori Luigi Micheletto (1854 – 1922) e Caterina Marchi (1863 – 1949)erano attivi già da qualche anno nel campo del commercio. Luigi, di schiatta originaria a quanto pare della zona di Pieve di Soligo, era un piccolo rivenditore di vini con spaccio gestito in Foro Boario. Più fortunata doveva essere l’attività di Caterina. La donna, ricordata come aitante ed energica, perfettamente a suo agio nel trattare clienti di provenienza e di ceto sociale diverso, invece discendeva da un’agiata famiglia di ristoratori provenienti da Maniago. La siora Catina, com’era universalmente conosciuta, gestiva un’avviata osteria con cucina, “Al pesce”, che si affacciava su piazza del Popolo, il cuore pulsante della Sacile della bella epoque. Con mestiere e cortesia, anzi, Catina divenne conosciuta per le sue specialità tipiche: il pesce, il muscolo di manzo, il risotto di pesce e la minestra di riso e fagioli, piatti serviti in porzioni abbondanti ma a prezzo contenuto. All’angolo con via dei Molini, il locale, che offriva pure la possibilità di alloggiare, presentando alcune camere, era meta fissa di quanti frequentavano gli affollati mercati e la fiera di San Lorenzo, l’appuntamento agostano che aveva già reso famosa Sacile. Giovanni Ettore era il secondogenito di Luigi e Catina, fratello minore di Achille (1886-1925) e maggiore di Ida (1891-1913) e Maria (1894-1983). Curiosamente, la storia della famiglia Micheletto si intreccia a quella dello sviluppo della più importante manifestazione pubblica, la Sagra dei Osei. Autorevoli storici della vita cittadina, infatti, riportano che proprio nell’osteria “Al pesce” venne partorita l’idea di trasformare il mercato di San Lorenzo, di antichissime origini, in una fiera moderna e in grado di rilanciarsi e di durare nel tempo. Una sera del 1909 accadde che tre amici nonché figure di spicco quali Giovanni Bozolo, che era cancelliere presso la pretura, Enrico Nono, uomo di cultura fratello del noto pittore Luigi, e Giuseppe Marchesini, al tempo autorevole segretario comunale e successivamente autore della fondamentale opera “Annali di Sacile”, fra un bicchiere di vino e un manicaretto, pensarono di far decollare il piccolo mercato agreste, nel corso del quale, nel breve scorrere della mattina del 10 agosto, ricorrenza di san Lorenzo, si vendevano e si acquistavano attrezzi per il lavoro agricolo, pollame e selvaggina, dolci e frutta ma anche uccelli e oggetti per l’uccellagione. Bozolo, Nono e Marchesini ebbero intuito nel capire quale aspetto del mercato sviluppato, anche con un’adeguata propaganda. Cercati e ottenuti i finanziamenti necessari, infatti, venne indetta una gara canora e promozionato il programma in modo tale da attirare l’attenzione e l’interesse dei visitatori di tutto il Veneto e dei giornali anche nazionali, fino a conquistare il Corriere della Sera e la Domenica del Corriere.

Il decollo della Sagra dei Osei rappresentò il culmine di un’epoca di sviluppo irripetibile per la città di Sacile, entrata a far parte del Regno d’Italia da nemmeno 50 anni. Fu a seguito della terza guerra d’indipendenza, combattuta nel 1866 con una folta partecipazione di volontari sacilesi, che la città, che aveva sempre dimostrato la propria italianità, poté unirsi allo Stato sabaudo. Il plebiscito, con cui formalmente venivano sancite le annessioni territoriali al Regno d’Italia, si svolse il 21 e 22 ottobre di quell’anno, ottenendo l’unanimità. Non senza pesanti oscillazioni di natura economico – sociale, che a seguito della crisi agricola che investì l’intera Europa portò a una massiccia emigrazione verso le Americhe, nel corso dell’amministrazione retta dal sindaco Giuseppe Lacchin Sacile conobbe un significativo sviluppo. Senza dimenticare che le strade erano ancora in terra battuta, tuttavia la città andò incontro a un periodo di importante ammodernamento le cui tappe principali furono la costruzione dell’acquedotto e della rete fognaria, l’estensione della rete di illuminazione pubblica, la realizzazione di strutture scolastiche di vario ordine e grado, compreso il Giardino d’infanzia. In quest’opera meritoria e assai costosa, soprattutto per le finanze pubbliche, si distinsero famiglie autorevoli dell’alta borghesia cittadina come i Balliana e gli Zancanaro per primi.

In questo ambiente, caratterizzato da una certa agiatezza economica e da una varietà di stimoli intellettuali, venne alla luce e crebbe Giovanni Micheletto. Prestando fede ai ricordi di famiglia, il ragazzo ricevette una scolarizzazione appena discreta, visti i tempi. Concluso il corso di studi elementari, infatti, vista anche la vocazione familiare ovvero la ghiotta possibilità di succedere ai genitori nella conduzione dell’attività commerciale, che stava incontrando una crescente fortuna, Giovanni frequentò pure l’avviamento professionale. Era abitudine, protratta del resto almeno fino agli anni Ottanta del XX secolo, che i rampolli di famiglie attive nel commercio, nell’imprenditoria o nell’agricoltura venissero reclamati al lavoro piuttosto che esortati a proseguire negli studi. Tutta la sua infanzia, tuttavia, è contrassegnata dalla figura del fratello maggiore Achille, per il quale Giovanni, come capita solitamente, nutriva una grande ammirazione, tanto da seguirne fedelmente le vocazioni, i passatempi e le inclinazioni tanto nella sfera lavorativa che in quella del tempo libero. Giovanni si avvicinò al ciclismo per aiutare il fratello Achille, il Micheletto veramente amante della bicicletta. Essendo più anziano e lavorando a tempo pieno da più anni, Achille poteva permettersi la bicicletta più competitiva con i ricambi di prima scelta. All’inizio era lui il campione di casa.

In pratica Giovanni si iscrisse alle prime corse per assistere il fratello in caso di cadute o di forature, infatti correva trasportando anche i suoi tubolari. Vedendo, però, che spesso e volentieri Giovanni concludeva le gare precedendolo, e vincendone anche alcune, Achille incoraggiò con sempre maggiore insistenza il fratello minore a dedicarsi con più impegno all’attività ciclistica. Del resto, i tratti peculiari del carattere di Giovanni erano maturati già nell’adolescenza: la naturale pigrizia nell’avviare una nuova attività, la scarsa propensione alla fatica non richiesta nonostante delle doti fisiche invidiabili, la ripulsa per le apparizioni in pubblico e la celebrità. Saranno i risultati a far sì che presto i due fratelli si scambiassero naturalmente i ruoli.Acquista on line!

  • GIACINTO BEVILACQUA - Giovanni Micheletto, il "Conte di Sacile"
  • Alba edizioni, 2018 - 140 pagine, 10€
  • ISBN 9788899414337