Augusto Daolio, un aquilone in volo”

Augusto Daolio (1947-1992), pietra miliare della musica leggera italiana e, in particolare, di quella più impegnata e attenta alle dinamiche civili e sociali, ha lasciato un’eredità culturale significativa.

Lo storico cantante del gruppo dei Nomadi ha legato il suo nome a canzoni entrate di diritto nel bagaglio culturale popolare degli Italiani: “Dio è morto”, “Auschwitz”, “Io vagabondo” solo per citarne alcune.

Questo libro ripercorre, in forma romanzata, la vita e la carriera di Daolio, sottolineandone l’influenza sulla società e sul costume italiani.

I tronchi, le radici, i sassi gli parlano e lui li cattura e li fa adagiare nei suoi quadri, ruba la natura e la restituisce come d’incanto nelle sue tele. Imbrattatele, lo chiamavo per farlo arrabbiare, ma lui mi sorrideva. Un nomade anche qui, nella sua arte.

Se ne va in cerca di un qualcosa che magari gli manca, di un luogo altro dove potersi raccontare di più e meglio, fino in fondo, fino alla fine. Lo troverà? Forse l’isola felice e misteriosa non c’è più, ma lui, eroe antico, continua la sua ricerca, se lo suda il suo vagabondare fisico e interiore, non si rassegna, un po’ illuso, un po’ disilluso.

In fondo sono sempre e comunque i suoi sogni di bambino che ora chiedono con urgenza di uscire allo sbaraglio e sono ombre, enigmi, segreti, magie, luce. Labirinti.

Ha visto alberi smarrirsi, ingiallirsi, perdere i capelli. Ha sentito il suono dell’estate nella pioggia calda. Ha visto la notte passare in fretta, l’ha vista danzare con la civetta.

Già la vita…

L’ha sempre inseguita, fiutandone gli odori, gustandone i sapori, assorbendone gli umori. Felice di essere nato vicino a un fiume e felice di aver assaggiato il mondo. La vita, se hai cuore, pulsa nella penombra di un cortile e slitta nell’immensità del mare, sonnecchia nella luce che filtra da una fessura e nei fari che illuminano un palco.

La vita ti stordisce. È troppo semplice, è troppo difficile la vita. È acqua che tieni in una mano e che fugge tra le dita.

A volte la vita fa piangere.

Solo ai bambini il pianto fa gli occhi più belli.

Ti può regalare, in certi giorni, euforia, esaltazione, entusiasmo, come quel giorno in cui, dopo un concerto andato alla grande, se ne è uscito con un potente:

«Potrei anche morire stasera dopo un momento come questo!».

Morire.

E la morte fa paura, tanta paura.

Si lasciano per strada troppe cose che non si vedranno più, si perdono gli amici, gli affetti, il cuore delle donne, le piante di un parco, l’odore di resina, il profumo dei funghi, un volto visto, anche una sola volta. Si lasciano per strada troppi sorrisi, troppe mani, troppi occhi. E sfuggono per sempre i treni, i sentieri di montagna, i mari visti e mai attraversati, l’anima della pianura.

«Appena sto meglio facciamo il giro del mondo, noi due e le nostre donne. Che ne dici, amico mio?».

E nella corsa di un solo anno vedi le cose più belle e le cose più brutte, la forza e il malanno e tutto si infrange su una scogliera. Il mare, Ago, è fatto di tante onde che non smettono mai di agitarsi, di cantare, di colorare. Forse, è per questa ragione che il viaggio continua, è infinito per anime come la tua: testarda, timida, tuonante.

 

  • ALFREDO STOPPA
  • Augusto Daolio, un aquilone in volo
  • Alba edizioni, 2018 - 106 pagine, 12€
  • ISBN 9788899414214