Prefazione al libro

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Dalla Prefazione di don Luigi Ciotti a “Nel Nordest la mafia non esiste”.

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“Oltre che essere un’organizzazione o il “partner” inconfessato di certa politica, la mafia è una mentalità, un modo d’essere. È indifferenza per tutto ciò che non riguarda noi o la nostra stretta cerchia di interessi e “amici”. È favore al posto del diritto. È abuso di potere, privatizzazione di beni comuni. È liberta senza responsabilità, degradata ad arbitrio. La mafia come come mafiosità è insomma la “zona grigia” che salda l’individualismo con le mafie, che i valori dell’individualismo (denaro, potere, apparenza) condividono e perseguono, sia pure con diversi metodi.

Allora risulta chiaro che per sconfiggerle o almeno contrastarle, occorrono sì le inchieste e i processi, come occorrono leggi che colpiscano la corruzione e i “reati spia” di un’attività mafiosa (come il falso in bilancio o l’autoriciclaggio). Ma insieme è necessaria una riscossa della dignità e un risveglio delle coscienze, come quello del protagonista del libro, che di fronte alle losche manovre dell’amico sindaco e del suo entourage prova disgusto e sceglie di denunciare.

Sono storie dolorose, perché chi ha il coraggio della scelta e della denuncia – lo so per averne conosciuti tanti – si trova suo malgrado costretto a vivere una vita sconvolta nelle sue abitudini e sradicata nei suoi affetti. Una vita sospesa. Dobbiamo fare in modo che non sia più così: la denuncia non sarà più un salto nel buio quando costruiremo comunità vive e partecipi del destino di tutti, e quando la politica tornerà a occuparsi dei bisogni e delle speranze delle persone. Le forza delle mafie viene dai vuoti di cittadinanza e di politica, dalla fragilità dei diritti, dalla perdita del lavoro o dalla sua umiliazione, da una crisi economica che, prima che economica, è etica, crisi di responsabilità.

Alla fine del racconto Giulio Serra cita a proposito, per bocca del protagonista, la nota distinzione del sociologo Max Weber tra “etica dei principi” e “etica delle responsabilità”. È una distinzione che a mio modesto avviso non va letta nel senso di una contrapposizione. O saremo capaci di tradurre principi in impegno e responsabilità, o rimarranno buone intenzioni scritte su carta o, peggio, specchietto per allodole in mano di chi a tutto pensa fuorché di tener fede ai propri impegni – o, come il sindaco del racconto, è tanto innamorato del potere da ricorrere all’illecito per perseguirli.

La lotta alle mafie non la si fa a parole, ma diventando cittadini responsabili, quale che sia il nostro ruolo e la nostra professione.

E anche scrivere un libro come questo può essere un atto di responsabilità”.